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3 marzo 2026
Ambrogio Fogar, l’uomo che cercava la poesia nel vento

Ieri a Villa Santa Maria non si è parlato soltanto di un grande esploratore, ma si è respirata la forza di una vita fuori misura. Il giornalista Lorenzo Grossi, autore della biografia dedicata ad Ambrogio Fogar, ha accompagnato il pubblico dentro un racconto intenso e vibrante, fatto di slanci, cadute, ostinazione e rinascite. Non un elenco di record o di primati, ma il ritratto vivo di un uomo inquieto e coraggioso, capace – come suggerisce il sottotitolo del libro – di vivere mille vite in una sola.

Dalle tempeste affrontate in solitaria sull’oceano alla lunga deriva su una zattera, dal bianco spietato del Polo Nord alle luci della televisione, fino alla prova più dura, quella dell’immobilità, Grossi ha restituito il volto umano di Fogar prima ancora del personaggio pubblico. Ne è emersa la storia di un uomo che ha scelto di non fermarsi mai, nemmeno quando la vita lo ha messo con le spalle al muro. Ed è proprio da quella forza, da quella tensione continua verso il limite, che vale la pena ripartire.

Per capire davvero Ambrogio Fogar bisogna immaginarlo prima di tutto solo. Non davanti a una folla, non in uno studio televisivo, non mentre stringe mani o rilascia interviste. Ma solo, di notte, su una barca di legno che geme sotto le raffiche, con il sale che brucia la pelle e l’oceano che non promette niente. È lì che nasce il suo fascino. Non nel traguardo. Nel viaggio.

Il 1° novembre 1973 salpa dal porto di Castiglione della Pescaia a bordo della Surprise, uno sloop di circa dodici metri, in legno, essenziale, senza le tecnologie sofisticate che oggi diamo per scontate. Ha trentatré anni. Fino a poco tempo prima faceva l’assicuratore in Brianza. Non è un professionista cresciuto nei circoli velici d’élite. È un autodidatta ostinato che ha imparato facendo, sbagliando, riprovando.
L’obiettivo è folle e lucidissimo insieme: compiere il giro del mondo in solitaria da est verso ovest, contro i venti dominanti e le correnti principali. Significa scegliere la rotta più dura. Significa complicarsi la vita. E Fogar la sceglie.

Quando gli chiederanno perché, non parlerà di record né di primati. Dirà una frase che ancora oggi resta sospesa nell’aria come una dichiarazione controcorrente: “Per me il giro del mondo in barca a vela e la vela in generale, a differenza degli altri sport, non ti dà né soldi, né successo, né gloria. Però ti dà estetica e poesia.”
Estetica e poesia. In un mondo già allora affamato di risultati, Fogar sceglie la bellezza del gesto gratuito. La dignità di un’impresa che non garantisce nulla, se non la possibilità di guardarsi allo specchio e dire: ci ho provato.

Rientra il 7 dicembre 1974, dopo 402 giorni di navigazione. Attracca nello stesso porto da cui era partito. Sulle banchine non c’è più spazio: decine di migliaia di persone sono accalcate per vedere l’uomo che ha attraversato il mondo da solo. In quell’Italia ferita dagli anni di piombo, segnata da tensioni e paure, Fogar diventa per un momento un simbolo diverso. Non quello della forza muscolare, ma quello della determinazione individuale. Un uomo normale che ha deciso di fare qualcosa di enorme.

Il fascino, però, non nasce solo dalla luce. Nasce anche dall’ombra. Nel gennaio 1978 riparte per una nuova impresa. Questa volta con lui c’è il giornalista Mauro Mancini. La barca affonda nell’Atlantico meridionale. Restano su una zattera di salvataggio, arancione, minuscola rispetto all’immensità dell’oceano. Settantiquattro giorni alla deriva. Fame che si fa lancinante, sete che prosciuga la lucidità, il sole che brucia, le notti che non finiscono.
Quando il mercantile greco Master Stefanos li intercetta e li salva, Mancini è allo stremo. Morirà poco dopo. Fogar sopravvive. Da quel momento l’eroe diventa imputato. L’uomo celebrato viene messo sotto accusa. Si parla di incoscienza, di narcisismo, perfino di responsabilità morale. È una fase durissima. Eppure lui non si nasconde. Risponde, si espone, accetta di stare dentro il conflitto. Non si proclama innocente in modo teatrale. Semplicemente rivendica il diritto di aver vissuto una scelta consapevole, condivisa, rischiosa.

È in questa frattura che il suo fascino si fa più complesso. Fogar non è un monumento levigato. È un uomo che inciampa nella storia e continua a camminare.
Negli anni Ottanta cambia orizzonte. Dal blu dell’oceano passa al bianco del ghiaccio. Nel 1983 affronta una spedizione verso il Polo Nord con un husky siberiano, Armaduk, che diventerà quasi un simbolo della sua seconda stagione d’avventura. Cammina su lastre instabili, in un paesaggio dove il silenzio è assoluto e il vento può diventare nemico in pochi minuti. Il ghiaccio si muove, si apre, si richiude. È un mondo che non perdona distrazioni.
Non cerca la conquista. Cerca il limite. Cerca ancora quella “poesia” che aveva intravisto in mare. Una bellezza aspra, che non promette applausi.

Poi arriva la televisione. Con Jonathan – Dimensione avventura porta nelle case degli italiani immagini e racconti di luoghi remoti quando viaggiare non era ancora un’esperienza accessibile a tutti. Non è un semplice presentatore. È uno che quei luoghi li ha sentiti addosso. Ha una cultura solida, una dialettica brillante, una certa ironia che sa essere anche autoironia. Sa ridere di sé, delle imitazioni, delle parodie. Non si prende troppo sul serio, pur prendendo molto sul serio ciò che fa.

Intanto, quasi in anticipo sui tempi, parla di ambiente, di riscaldamento globale, di cementificazione. Milano che si allarga e respira cemento. La natura che prima o poi presenterà il conto. Non è solo l’uomo dell’adrenalina. È un osservatore inquieto.
Poi, nel settembre 1992, il destino compie una curva brutale. Raid automobilistico nel deserto del Turkmenistan. Un impatto contro una pietra non segnalata. Il veicolo si ribalta più volte. La diagnosi è spietata: lesione al midollo, paralisi quasi totale dal collo in giù.
Per uno che ha attraversato oceani e ghiacci, è una condanna simbolica. All’inizio c’è lo smarrimento, la rabbia, perfino il desiderio di farla finita. Ma ancora una volta Fogar sceglie di restare. Si sottopone a interventi, riabilitazioni, terapie. Recupera la voce. E con quella voce costruisce un’altra vita.

Scrive nuovi libri. Conduce una nuova trasmissione. Si batte per la ricerca scientifica e per i diritti delle persone con disabilità. Vive tredici anni oltre le aspettative mediche dell’epoca. Trasforma l’immobilità in testimonianza.
Quando dice che la vita è una festa da godere insieme, accettandoci così come siamo, non è una frase consolatoria. È il risultato di un percorso durissimo. È l’affermazione di un uomo che ha perso la libertà fisica ma non la dignità del pensiero.

Ambrogio Fogar affascina perché è stato tante cose insieme e non ha mai smesso di trasformarsi. È stato il ragazzo che non doveva farcela, il navigatore controvento, il sopravvissuto sotto processo, l’esploratore del ghiaccio, il divulgatore televisivo, l’intellettuale inquieto, l’uomo immobilizzato che continua a parlare di speranza.
E sopra tutto resta quella frase, semplice e potente: la vela non dà soldi, non dà successo, non dà gloria. Dà estetica e poesia.

Forse è questo che continua a toccarci. In un mondo che misura tutto in risultati e ritorni immediati, Fogar inseguiva la bellezza dell’esperienza. Non cercava l’applauso. Cercava il vento.
E anche quando il vento si è fermato, lui ha trovato un altro modo per andare.