Intervista alla Dottoressa Beatrice Vescovo, Responsabile del Servizio di Psicologia Clinica a Villa Santa Maria, sui rischi della dipendenza digitale nell’infanzia
“Negli ultimi anni sono aumentati i casi di bambini sotto i sei anni con ritardi del linguaggio, difficoltà di attenzione e disregolazione emotiva. L’esposizione precoce e prolungata agli schermi di smartphone o tablet non è certo l’unica causa, ma può senz’altro incidere su tali disturbi e sulle situazioni di fragilità”. Così la dottoressa Beatrice Vescovo, Responsabile del Servizio di Psicologia Clinica a Villa Santa Maria, che sui rischi della dipendenza digitale nell’infanzia ha una posizione molto chiara.
Intervista alla Dottoressa Beatrice Vescovo, Responsabile del Servizio di Psicologia Clinica a Villa Santa Maria, sui rischi della dipendenza digitale nell’infanzia
“Negli ultimi anni sono aumentati i casi di bambini sotto i sei anni con ritardi del linguaggio, difficoltà di attenzione e disregolazione emotiva. L’esposizione precoce e prolungata agli schermi di smartphone o tablet non è certo l’unica causa, ma può senz’altro incidere su tali disturbi e sulle situazioni di fragilità”. Così la dottoressa Beatrice Vescovo, Responsabile del Servizio di Psicologia Clinica a Villa Santa Maria, che sui rischi della dipendenza digitale nell’infanzia ha una posizione molto chiara.
Dottoressa, partiamo da un dato che colpisce: bambini sotto l’anno che sanno usare lo smartphone. Cosa ci dice questo fenomeno?
È una realtà sempre più comune. Bambini anche sotto i 12 mesi, che ancora non pronunciano parole, interagiscono con lo schermo: aprono app, scorrono immagini, selezionano video. I genitori lo interpretano come un segnale di precocità cognitiva, ma in realtà è una falsa illusione. Non è indice di intelligenza: è solo esposizione a uno stimolo ripetitivo. E può nascondere rischi importanti.
Quali rischi, in particolare?
Nei primi anni di vita il cervello è in pieno sviluppo. Le aree del linguaggio, dell’attenzione, della regolazione emotiva sono ancora immature. L’uso di schermi, che resta un esercizio passivo, può interferire con la loro maturazione. Riduce la capacità di concentrarsi, di autoregolarsi e, soprattutto, di comunicare. Il linguaggio nasce dalla relazione, dallo scambio: un bambino impara a parlare se qualcuno risponde ai suoi vocalizzi, gli dà senso, lo guarda negli occhi. Lo schermo non offre nulla di tutto questo.
Cosa osservate in ambito clinico nei bambini che usano regolarmente smartphone o tablet?
I quadri più frequenti sono ritardo del linguaggio, scarsa tolleranza alla frustrazione, deficit di attenzione, esplosioni emotive. Lo smartphone diventa una sorta di “tata digitale”: viene usato per calmare, per zittire, per distrarre. Ma non insegna a regolare le emozioni, non promuove lo sviluppo. Quando il dispositivo viene tolto, i bambini spesso reagiscono con crisi di pianto, rabbia, ritiro. Sintomi che hanno molto in comune con le dipendenze.
Questo vale anche per i bambini con disabilità?
L'’uso non mediato degli schermi può aggravare la sintomatologia. Nei bambini autistici, in particolare, notiamo un aumento del ritiro, dell’irritabilità e una più scarsa tolleranza alla frustrazione. Uno schermo altamente stimolante diventa l’unico oggetto d’interesse. E nei casi in cui il tablet “funziona”, cioè calma il bambino, spesso lo si usa come unico strumento di gestione comportamentale. Ma è un calmante apparente, che rinforza la chiusura e peggiora l’interazione sociale.
I genitori sono consapevoli dei rischi?
Non sempre. A volte sottovalutano la quantità di esposizione. Si inizia con il tablet, poi c’è lo smartphone al supermercato, la TV durante i pasti… Ore davanti agli schermi che si sommano. E spesso sono proprio gli adulti a usare in modo eccessivo i dispositivi, anche nei momenti cruciali della relazione. Il bambino impara osservando. Se l’adulto è sempre con lo sguardo sul telefono, il bambino farà lo stesso. E perde occasioni preziose di contatto visivo, scambio affettivo, comunicazione reale.
Ci sono segnali che un genitore dovrebbe imparare a riconoscere?
Sì: isolamento sociale, difficoltà a mantenere l’attenzione, regressione nel linguaggio, rabbia o ansia quando viene tolto il dispositivo. Ma anche disturbi del sonno – spesso legati all’uso serale degli schermi – e problematiche visive: affaticamento oculare, miopia precoce. È importante osservare anche la motivazione al gioco: molti bambini che passano troppo tempo con il cellulare sono meno creativi, meno capaci di giocare simbolicamente. Perché il cellulare è talmente accattivante che annulla la curiosità verso il mondo reale.
Un ultimo messaggio alle famiglie?
Non pensate che un bambino sia più “sveglio” perché sa usare il telefono. Il punto non è saper cliccare, ma imparare a pensare. E questo avviene solo attraverso l’interazione reale, il gioco, la relazione. La tecnologia può essere utile, ma deve arrivare quando il cervello è pronto. Prima, serve altro: contatto, parole, esperienze concrete. La differenza la fa la qualità delle relazioni, non la quantità di video.
