Le aggressioni contro operatori sanitari e socio-sanitari sono in forte crescita, soprattutto nei pronto soccorso e nei servizi di psichiatria e neuropsichiatria. Nel 2024 in Italia sono state segnalate oltre 18.000 aggressioni, con un aumento significativo anche in Lombardia. Contrastare questo fenomeno è essenziale per tutelare chi cura e per garantire la tenuta del sistema sanitario.
La violenza contro gli operatori sanitari e socio-sanitari è diventata negli ultimi anni una delle criticità più evidenti del sistema sanitario. Le aggressioni si concentrano soprattutto nei Pronto Soccorso, nei servizi di emergenza-urgenza e nelle aree della psichiatria e delle neuropsichiatria, compresa quella infantile, dove la gestione di persone in condizioni di disagio clinico, psichico o relazionale richiede competenze tecniche, capacità comunicative e una costante capacità di gestione del conflitto.
È in questo contesto che si celebra il 12 marzo la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, istituita con la Legge 113 del 2020 per promuovere una cultura di rispetto e responsabilità verso chi lavora nei luoghi della cura.
Un fenomeno in crescita
I numeri raccontano un fenomeno ormai strutturale. Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, nel 2024 le segnalazioni di aggressioni hanno superato le 18.000, coinvolgendo circa 22.000 professionisti. Le organizzazioni sindacali di categoria segnalano inoltre un aumento superiore al 30% rispetto al periodo precedente alla pandemia.
Anche in Lombardia il fenomeno appare in crescita. Nel 2024 sono state registrate 5.690 aggressioni contro operatori sanitari, con un incremento del 17,7% rispetto all’anno precedente. In media significa oltre quindici episodi di violenza al giorno tra ospedali e servizi territoriali.
La maggior parte delle aggressioni è di tipo verbale, ma oltre un quarto dei casi riguarda episodi di violenza fisica. Le vittime più frequenti sono gli infermieri, che rappresentano oltre il 60% degli operatori coinvolti, seguiti da medici e altre figure professionali. Nella maggioranza dei casi gli aggressori sono gli stessi pazienti o i loro familiari, spesso in contesti di forte tensione legati alle attese, alla complessità dei percorsi di cura o alla fragilità delle condizioni cliniche.
L’area psichiatrica tra i contesti più esposti
Se i pronto soccorso restano i luoghi dove le aggressioni sono più frequenti, negli ultimi anni è emersa con crescente evidenza anche la vulnerabilità dei servizi psichiatrici e della neuropsichiatria infantile. Qui il lavoro degli operatori si confronta quotidianamente con situazioni di sofferenza mentale, crisi acute e fragilità sociali profonde.
La relazione di cura nei contesti psichiatrici e neuropsichiatrici richiede non solo competenze cliniche, ma anche capacità relazionali, gestione delle emozioni e mediazione dei conflitti. Gli operatori si trovano spesso ad affrontare momenti di forte tensione, in cui la fragilità psicologica dei pazienti può tradursi in comportamenti aggressivi o imprevedibili.
Questa dimensione rende particolarmente delicato il lavoro nei servizi di salute mentale, dove il confine tra assistenza sanitaria, supporto sociale e gestione della crisi è spesso molto sottile. Per questo motivo la prevenzione della violenza in ambito psichiatrico richiede modelli organizzativi adeguati, formazione specifica e contesti di lavoro che favoriscano la sicurezza degli operatori e la qualità della relazione terapeutica.
Le conseguenze sul sistema sanitario
Le aggressioni non producono effetti solo sul piano individuale. Le conseguenze possono essere rilevanti per l’intero sistema sanitario: aumento del burnout, crescita della medicina difensiva, e riduzione dell’empatia.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento critico: la sovraesposizione mediatica e la narrazione semplificata di eventi clinici complessi possono alimentare sfiducia nei confronti del sistema sanitario, generando aspettative irrealistiche e tensioni nei confronti dei professionisti.
Esiste inoltre una forma più sottile di violenza che talvolta attraversa gli ambienti organizzativi: quella della sconferma e del disconoscimento tra operatori, che può emergere nei processi comunicativi interni e nelle dinamiche tra categorie professionali.
Difendere chi cura è responsabilità di tutti
Contrastare la violenza verso chi cura è quindi una responsabilità istituzionale e collettiva. Significa tutelare la dignità del lavoro sanitario e riaffermare il valore etico della cura come bene comune.
In un sistema sanitario sempre più sotto pressione — tra invecchiamento della popolazione, aumento delle patologie croniche e carenza di personale — proteggere medici, infermieri e operatori sociosanitari significa difendere il diritto alla salute di tutti.
