Sempre più persone assumono vitamine, prodotti erboristici e supplementi alimentari senza una reale indicazione clinica. Ma la medicina ci ricorda che anche ciò che non è un farmaco può avere effetti collaterali, interazioni e, in alcuni casi, provocare danni importanti a fegato e reni
Dr. Vittorio Terruzzi
Direttore Sanitario di Villa Santa Maria
Sono entrati nella quotidianità di milioni di persone. Vitamina D, magnesio, vitamina C, collagene, probiotici, omega-3, prodotti dimagranti, integratori per le difese immunitarie, preparati a base di erbe. Li acquistiamo in farmacia, al supermercato o online, spesso su suggerimento di un conoscente, quando non di un influencer, con la convinzione che, essendo naturali, non possano fare male.
È un’idea diffusa, ma scientificamente non corretta.Gli integratori alimentari rappresentano uno strumento prezioso quando esiste una reale indicazione medica: correggere una carenza documentata, supportare particolari condizioni fisiologiche come la gravidanza, compensare deficit dovuti a malattie o a specifiche terapie farmacologiche. Il problema nasce quando vengono utilizzati come una sorta di assicurazione sulla salute, senza alcuna valutazione clinica.
La medicina moderna ci insegna che non esistono sostanze biologicamente attive prive di effetti. Vale per i farmaci e vale anche per gli integratori. Per chi, come il sottoscritto, ha studiato medicina negli anni Settanta e Ottanta, il riferimento dell’epatologia mondiale è sempre stato la professoressa Sheila Sherlock. Ha fondato e diretto il famoso Royal Free Hospital di Londra e il suo testo, tuttora in uso, è considerato il libro che ha cambiato la storia dell’epatologia moderna, basata sull’evidenza. La professoressa Sherlock ha pubblicato circa 600 lavori sull’epatologia e ha dedicato molti dei suoi studi all’approfondimento dei danni epatici da farmaci e da integratori alimentari soprattutto di origine vegetale.
Ricordo una sua battuta durante un convegno organizzato a Como: alla domanda su cosa pensasse degli integratori alimentari rispose con ironia che "fanno molto bene a chi li produce e molto meno al nostro fegato”. Una provocazione, certo, ma che già allora richiamava l’attenzione su un tema oggi più attuale che mai.
Negli ultimi vent’anni le evidenze scientifiche si sono accumulate. Oggi sappiamo che una quota significativa dei danni epatici attribuiti inizialmente ai farmaci è in realtà correlata all’assunzione di integratori alimentari e preparati erboristici. Alcuni studi indicano che circa un caso di tossicità epatica su cinque è riconducibile a questi prodotti, mentre le insufficienze epatiche acute correlate agli integratori sono aumentate in maniera significativa negli ultimi decenni.
Il problema non riguarda soltanto gli integratori "esotici". Anche prodotti molto diffusi possono diventare rischiosi se assunti in dosaggi elevati, per periodi prolungati o senza controllo. Alcuni estratti vegetali, come quelli di tè verde o di curcuma ad alte concentrazioni, sono stati associati a casi di epatite tossica; l’eccesso di vitamina D può determinare alterazioni del metabolismo del calcio con conseguenze anche sulla funzione renale; preparati multi-ingrediente destinati al dimagrimento o all’incremento della massa muscolare sono stati ripetutamente segnalati nella letteratura internazionale per episodi di grave tossicità epatica.
Esiste poi un secondo aspetto, spesso sottovalutato: le interazioni. Molte persone assumono contemporaneamente un multivitaminico, vitamina D, magnesio, omega-3, prodotti erboristici e farmaci prescritti dal proprio medico, senza considerare che queste sostanze possono influenzarsi reciprocamente. Alcuni integratori riducono l’efficacia di determinati farmaci; altri possono aumentarne gli effetti, modificare l’assorbimento intestinale o sovraccaricare fegato e reni, soprattutto nelle persone anziane o affette da patologie croniche.
C’è poi un elemento regolatorio che merita attenzione. Gli integratori alimentari non seguono lo stesso percorso autorizzativo dei medicinali. Non devono dimostrare, prima della commercializzazione, la medesima efficacia clinica richiesta ai farmaci e il controllo sulla composizione può risultare meno rigoroso. Diversi studi hanno documentato casi di prodotti che contenevano ingredienti diversi da quelli riportati in etichetta, contaminanti o perfino tracce di sostanze farmacologiche non dichiarate.
Naturalmente tutto questo non significa demonizzare gli integratori. In molte situazioni rappresentano un presidio terapeutico importante e, se prescritti sulla base di una valutazione clinica e di esami di laboratorio, offrono benefici documentati. La medicina personalizzata, infatti, consiste proprio nel somministrare ciò che serve alla persona giusta, nella dose corretta e per il tempo necessario.
Per questo motivo il consiglio è semplice: prima di iniziare ad assumere un integratore è opportuno chiedersi se esista davvero una necessità clinica. Un esame del sangue può documentare una carenza di vitamina D, ferro o vitamina B12 molto meglio di qualsiasi messaggio pubblicitario. Ed è altrettanto importante informare sempre il proprio medico di tutti gli integratori assunti, esattamente come si fa con i farmaci.
La prevenzione, anche in questo caso, passa dalla conoscenza. Perché naturale non significa automaticamente sicuro. Significa semplicemente che anche gli integratori, come ogni sostanza biologicamente attiva, meritano lo stesso approccio che la medicina riserva ai farmaci: valutazione scientifica, appropriatezza prescrittiva e utilizzo consapevole.
