Sempre più bambini arrivano a scuola sapendo leggere e scrivere, ma faticano a raccontare, spiegare e dare forma alle emozioni. Ecco perché la conversazione è un’abilità che va allenata...
Sempre più bambini e adolescenti mostrano difficoltà nell’esporre concetti, raccontare esperienze e verbalizzare emozioni. Un cambiamento che, secondo la dottoressa Beatrice Vescovo, Responsabile del Servizio di Psicologia Clinica di Villa Santa Maria con Specificità Neuropsicologia, riflette una trasformazione più ampia delle modalità di comunicazione contemporanee. La dottoressa Vescovo analizza il rapporto tra smartphone, relazioni sociali, sviluppo del linguaggio e qualità della conversazione, sottolineando come il tema non riguardi soltanto la tecnologia, ma anche i nuovi stili di vita, la solitudine e la riduzione degli spazi di socializzazione reale.
Dottoressa Vescovo, nella sua esperienza clinica cosa osserva oggi nei bambini e nei ragazzi?
«Nel nostro ambulatorio DSA vengono spesso segnalati dalle insegnanti bambini che non presentano particolari difficoltà o carenze dal punto di vista della letto-scrittura o del calcolo, quanto piuttosto problematiche legate al metodo di studio. I genitori riferiscono frequentemente che, secondo gli insegnanti, ai ragazzi manca soprattutto la capacità di esposizione. Questo perché già tra l’ultimo anno della scuola primaria e il primo anno della scuola secondaria di primo grado emergono competenze che richiedono una rielaborazione dei contenuti appresi e una certa preparazione nell’esposizione. È come se mancasse un adeguato allenamento alla capacità di spiegare a un’altra persona un argomento, dei concetti o anche semplicemente delle idee».
Qual è l’aspetto che la colpisce maggiormente?
«Molti bambini sembrano essere realmente in difficoltà nell’esprimere correttamente delle idee. Sono diventati più sintetici, un po’ come avviene nella comunicazione tramite WhatsApp, e fanno maggiore fatica a esprimersi verbalmente».
La recente ricerca internazionale parla di un calo molto significativo delle parole utilizzate quotidianamente. Che impressione le ha fatto questo dato?
«Il dato che mi ha colpita maggiormente è senz’altro quel 28% in meno di parole utilizzate dalle persone. È una percentuale molto elevata e credo che rifletta una percezione condivisa da molti, a tutte le età. Oggi si comunica attraverso modalità differenti, utilizzando strumenti informatici, ma in generale si parla meno con gli altri rispetto al passato».
Secondo lei da cosa dipende questo cambiamento?
«Questa ricerca richiama una serie di situazioni quotidiane in cui effettivamente si osservano meno dialogo e meno conversazione tra le persone. Oggi, per esempio, si fa molta più spesa online, i ragazzi escono meno dopo la scuola e sembra esserci un minore interesse nel frequentare luoghi di aggregazione come bar, piazze o oratori rispetto a quanto accadeva 10-15 anni fa».
Anche il lavoro ha cambiato il modo di relazionarsi?
«Molti giovani, una volta terminata l’università, lavorano in smart working, una modalità spesso ricercata e apprezzata perché consente di organizzare meglio il proprio tempo, evitare gli spostamenti ed essere meno affaticati. Per molti ragazzi questa modalità è ormai percepita come la normalità».
Quanto hanno inciso smartphone e messaggistica?
«Se è vero che non si può attribuire tutto ai dispositivi elettronici e ai cellulari, credo però che sia diffusa la percezione che proprio lo smartphone abbia modificato profondamente le regole della comunicazione, sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo. Di fatto siamo passati progressivamente dalle conversazioni ai messaggi. I ragazzi e gli adolescenti continuano a incontrarsi e a stare insieme, ma molto spesso li vediamo seduti uno accanto all’altro con lo sguardo rivolto allo schermo del cellulare per gran parte del tempo. In questi momenti si perdono diversi aspetti fondamentali della comunicazione e della relazione: l’attenzione rivolta verso l’altro, l’attenzione congiunta, la reciprocità, il rispetto delle pause, l’ascolto, la capacità di autoregolarsi durante la conversazione e di interpretare correttamente il messaggio anche dal punto di vista emotivo, attraverso il tono della voce, le pause, gli sguardi e i silenzi».
Questo fenomeno può influenzare anche lo sviluppo del linguaggio nei bambini più piccoli?
«Negli ultimi anni si osservano molti ritardi del linguaggio che hanno tra le possibili concause anche l’accesso precoce ai tablet e ai giochi digitali, spesso accompagnato da una minore stimolazione verbale da parte dell’adulto. Probabilmente un utilizzo eccessivo dei device non favorisce lo sviluppo del linguaggio in molti bambini e può contribuire a una riduzione dell’uso delle parole e a un repertorio lessicale più povero».
Oltre alla tecnologia, esistono anche altri fattori che riducono le occasioni di conversazione?
«C’è sicuramente anche il tema della solitudine, per non attribuire tutta la responsabilità agli schermi. Esistono infatti situazioni sociali che non favoriscono l’utilizzo delle parole e il dialogo. Penso, per esempio, alle situazioni di solitudine legate a problematiche psicologiche come disturbi ansiosi, depressione o ansia sociale, condizioni oggi piuttosto diffuse e in aumento».
Esistono anche cambiamenti sociali più strutturali?
«Sempre più persone, anche relativamente giovani, scelgono di vivere da sole. Le cosiddette famiglie mononucleari sono in aumento: si vive di più da soli, si mangia da soli davanti alla televisione e spesso, anche per motivi economici, si svolgono più lavori. Questo comporta ritmi di vita molto frenetici e riduce ulteriormente le occasioni di conversazione».
Cosa si può fare concretamente per invertire questa tendenza?
«Bisognerebbe tornare ad allenarsi alla conversazione e introdurre alcune regole sull’utilizzo del cellulare, per esempio evitando di tenerlo a tavola o durante i pasti. Sarebbe inoltre importante limitare e regolare maggiormente l’utilizzo degli smartphone nei bambini e negli adolescenti».
Serve anche una riflessione educativa?
«Nei centri estivi capita spesso che venga consentito l’utilizzo del cellulare ai ragazzi delle scuole medie e personalmente ritengo che questo sia un errore. Molti centri estivi nascono proprio come luoghi dedicati alla socializzazione e sarebbe quindi opportuno definire regole più chiare anche in questi contesti».
In definitiva, è possibile recuperare questa capacità di stare in relazione attraverso le parole?
«Conversare è un’abilità che produce importanti benefici psicologici e relazionali. Anche se in parte si perde, può essere recuperata abbastanza rapidamente, semplicemente tornando ad allenarla».
